Acciaierie d’Italia ha concluso l’ultima colata di ghisa dall’altoforno 2, che da subito è stato posto in preriscaldo ovvero al minimo tecnico senza produrre. Contestualmente l’azienda ha notificato alle autorità di Taranto la sospensione di tutte le attività dell’area a caldo mentre ha avvisato le sedi liguri di Genova e Novi Ligure di una fermata totale entro il 15 novembre.
Il provvedimento giudiziale che ha scatenato lo stop
Il provvedimento nasce dall’Corte d’Appello di Milano che ha fissato 90 giorni dal 27 luglio per obbligare la chiusura dell’area a caldo a Taranto. La decisione è esecutiva e può essere sospesa solo dalla Corte di Cassazione, che dovrà pronunciarsi sui ricorsi di Acciaierie d’Italia e della società in amministrazione straordinaria (AdI) nell’udienza del 20 ottobre. Finché non arriverà un eventuale annullamento, l’azienda è tenuta a mantenere gli impianti in preriscaldo.
Estensione della chiusura a Genova e Novi Ligure e la protesta dei sindacati
Il blocco non riguarda più solo Taranto: i sindacati Fim, Fiom e Uilm hanno indetto uno sciopero generale di 24 ore a partire dal 12 ottobre, coinvolgendo anche i lavoratori di Genova e Novi Ligure, che fino ad ora non erano stati inseriti nella cassa integrazione. La protesta è stata motivata dall’annuncio aziendale di una chiusura totale dei stabilimenti a partire dal 15 novembre, che rischia di generare una fase di cinque-sei mesi di cassa integrazione per i dipendenti diretti.
Richieste dei sindacati e risposta governativa
I rappresentanti sindacali hanno chiesto al governo di garantire l’approvvigionamento di bramme per sostenere la filiera a valle, ma il ministero ha risposto negativamente per mancanza di risorse. Di fronte a questa impasse, il sottosegretario Alfredo Mantovano ha annunciato la predisposizione di un decreto legge che prevede 80 milioni di euro per la cassa integrazione dei lavoratori dell’indotto e 45 milioni per l’integrazione straordinaria dei dipendenti di Acciaierie d’Italia e dell’Ex Ilva, copertura fino a giugno 2027.
Il piano governativo: finanziamenti, DRI e gara per gli asset
Il governo intende destinare complessivamente 125 milioni di euro alla cassa integrazione, ma sta valutando ulteriori 400 milioni per l’impianto DRI portando il totale a 1,2 miliardi. Tali risorse provengono da fondi già destinati alla decarbonizzazione del settore, quindi verranno riassegnate all’area di Taranto, l’unica interessata al progetto. La gara per la cessione degli asset è stata prorogata dal 15 ottobre all’8 novembre; il piano industriale della squadra vincitrice dovrà dimostrare la capacità di mantenere operativi gli impianti, anche in modalità di riscaldo fino a quando la Cassazione non darà un verdetto definitivo.
Implicazioni per la filiera e i pagamenti all’indotto
Il blocco dell’area a caldo si riflette anche sulla catena di fornitura: le aziende dell’indotto hanno segnalato ritardi nei pagamenti che rischiano di compromettere la loro continuità operativa. La Confindustria locale ha sottolineato la necessità di risolvere questi debiti per evitare ulteriori ripercussioni sull’occupazione nella zona. Nel frattempo, le autorità regionali di Puglia, Liguria e Piemonte hanno espresso preoccupazione per gli effetti a catena, chiedendo misure di emergenza per salvare i posti di lavoro.



