Il 20 luglio 2001, Genova divenne il palcoscenico di uno degli episodi più bui della storia repubblicana italiana. Durante il vertice del G8, la città fu teatro di violenze e abusi che hanno lasciato cicatrici profonde nella memoria collettiva e nelle istituzioni. A venticinque anni di distanza, le ferite sono ancora aperte, non solo nella memoria, ma anche nelle aule di giustizia e nel dibattito politico.
Quasi 300.000 persone parteciparono alle manifestazioni organizzate dal Genoa Social Forum contro il vertice del G8. Un movimento eterogeneo, pacifista, che chiedeva una globalizzazione più giusta e democratica. A fronteggiare questa marea di cittadini, esercitanti un diritto costituzionale, c’erano 13.000 tra poliziotti e carabinieri, sotto la guida di un governo di centrodestra appena insediato.
Le violenze e gli abusi
Il 20 luglio, in piazza Alimonda, il carabiniere Mario Placanica sparò e uccise Carlo Giuliani, un giovane di ventitré anni. Ma quella morte fu solo l’inizio. Nella notte tra il 21 e il 22 luglio, la polizia irruppe nella scuola Diaz, centro stampa e dormitorio del Genoa Social Forum. Novantatré persone vennero arrestate, settantuno gravemente ferite. La Corte europea dei diritti dell’uomo definì quell’episodio “macelleria messicana”, in riferimento a veri e propri atti di tortura.
I manifestanti vennero poi trasferiti alla caserma di Bolzaneto, dove subirono ulteriori sevizie e umiliazioni. Le indagini e i processi successivi hanno ricostruito una verità giudiziaria chiara, con condanne definitive per 25 poliziotti, tra cui alti dirigenti delle forze dell’ordine. Le condanne riguardavano reati che andavano dal falso ideologico alle lesioni aggravate.
Il trattamento differenziato
Uno degli aspetti più sconcertanti emersi dalle indagini è il trattamento differenziato riservato ai manifestanti. Mentre le forze dell’ordine colpivano con violenza inaudita i cortei pacifici, i black bloc – gruppi di estremisti incappucciati dediti alla guerriglia urbana – agivano con sorprendente libertà. Già nel settembre 2001, in un dibattito al Parlamento europeo, venne sollevato il sospetto di una sorta di tacita complicità tra alcuni black bloc e le forze dell’ordine.
Nel frattempo, i manifestanti pacifici – le “tute bianche”, i giovani del Genoa Social Forum, i giornalisti – venivano caricati, manganellati, arrestati con false accuse, torturati in caserma. Alla Diaz, alcuni agenti gridavano “Black bloc! Adesso vi ammazziamo” mentre picchiavano gli attivisti. La violenza non era reazione, era progetto.
La memoria e il dibattito attuale
In quei giorni di luglio, mentre le televisioni nazionali trasmettevano una versione parziale e spesso distorta dei fatti, una rete di attivisti e mediattivisti si impegnò a documentare ciò che realmente accadeva. PeaceLink svolse un ruolo significativo nel raccogliere, archiviare e diffondere testimonianze, immagini e documenti. Fu un esperimento pionieristico di raccolta in tempo reale di messaggi e-mail, sms e testimonianze in un’epoca in cui non c’erano i social network.
Oggi, nel 2026, il bilancio storico dimostra che ciò che i potenti liquidarono come “utopia ingenua” era in realtà un preciso, drammatico atto di accusa. Il capitalismo neoliberista ha accelerato la corsa verso la distruzione ambientale globale e ha istituzionalizzato la guerra permanente come unico asse di regolazione geopolitica, trascinando il pianeta sull’orlo del baratro.
Le analisi di quel movimento su transizione ecologica, giustizia climatica e disarmo rimangono l’unica alternativa credibile a un modello economico che sta fallendo. Fermare questa deriva richiede lo stesso coraggio civile di allora: avere la forza politica di rifiutare la logica dell’inevitabile e ricostruire, partendo proprio dal Sud, una reale e concreta alternativa di sistema.



