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Milione di euro ai genitori di Martina Rossi dopo sentenza civile di Arezzo

Il giudice civile riconosce la responsabilità e stabilisce somme milionarie per Franca Murialdo e Bruno Rossi

Milione di euro ai genitori di Martina Rossi dopo sentenza civile di Arezzo

Il tribunale civile di Arezzo ha emesso una sentenza che assegna oltre un milione di euro di risarcimento ai genitori di Martina Rossi, la studentessa genovese morta a 20 anni il 3 agosto 2011 a Palma di Maiorca. La decisione, depositata il 20 maggio 2026, ricostruisce le responsabilità civili collegate alla vicenda già esaminata in sede penale e quantifica l’entità dei danni patrimoniali e morali riconosciuti ai familiari della giovane.

Nel dispositivo il giudice Fabrizio Pieschi assegna 489.836 euro alla madre Franca Murialdo, 457.563 euro al padre Bruno Rossi e altri 74.531 euro da versare congiuntamente per i danni patrimoniali e per la tentata violenza. Complessivamente, quindi, la somma supera il milione di euro, una cifra che segna un passaggio significativo nella lunga vicenda giudiziaria.

Il quadro giudiziario

Sul piano penale la vicenda si è già conclusa con una condanna definitiva a tre anni per tentata violenza sessuale nei confronti di Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi. In sede civile il giudice ha invece affrontato aspetti diversi: pur riconoscendo che il reato di “morte come conseguenza di altro delitto” è stato dichiarato prescritto in sede penale, ha ritenuto provata la responsabilità civile secondo il criterio del “più probabile che non”, escludendo ogni concorso di colpa da parte della vittima.

Adozione del criterio civilistico

L’applicazione del principio del “più probabile che non” significa che il giudice civile valuta la vicenda con standard probatori diversi da quelli penali, più flessibili e orientati alla riparazione del danno. In questo contesto il tribunale ha ritenuto sufficiente la ricostruzione fattuale emersa nei procedimenti precedenti per attribuire agli imputati la responsabilità civile, anche se alcune imputazioni penali si sono poi estinte per prescrizione.

Effetti pratici della sentenza

La pronuncia è dichiarata immediatamente esecutiva, il che apre la strada all’esigibilità delle somme stabilite. Tuttavia la decisione può essere impugnata in appello e i difensori di Albertoni e Vanneschi, che hanno sempre respinto le accuse, possono chiedere la sospensione dell’esecutività. Questo passaggio processuale è rilevante: l’esecuzione concreta del risarcimento dipenderà anche dalle eventuali istanze e decisioni dei gradi successivi.

Possibili sviluppi processuali

In caso di impugnazione, la cognizione del collegio d’appello potrà confermare, ridurre o annullare la pronuncia di primo grado; può altresì essere disposta la sospensione dell’esecutività su richiesta delle difese. Restano quindi aperte vie legali che potrebbero prolungare i tempi prima di un pagamento effettivo, ma la sentenza di Arezzo segna comunque un momento di responsabilizzazione sul piano civile.

Reazioni della famiglia e considerazioni finali

Il padre di Martina, Bruno Rossi, ha definito la sentenza «la naturale conseguenza della condanna penale», sottolineando che i due condannati non si sono mai fatti vivi né hanno chiesto scusa. La famiglia ha inoltre rilevato che, fino a oggi, i due imputati hanno versato in un fondo dedicato solo mille euro, somma ritenuta insufficiente rispetto al danno riconosciuto. Queste parole riflettono il peso emotivo di una vicenda che dura da anni e che ha profonde ripercussioni personali oltre che giudiziarie.

Impatto sulla memoria pubblica

Oltre all’aspetto economico e processuale, la sentenza assume un valore simbolico nella percezione pubblica del caso: il riconoscimento del danno da parte di un tribunale civile può incidere sul modo in cui la vicenda viene ricordata e interpretata. La famiglia Rossi ha proseguito il proprio impegno civile anche attraverso iniziative associative legate al nome di Martina, segnalando la volontà di trasformare il dolore in attestazioni concrete di vicinanza alle vittime.

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