Il 14 agosto 2018, il crollo del ponte Morandi ha scosso l’Italia, causando la morte di 43 persone. Oggi, dopo otto anni, la giustizia italiana emette la sua sentenza in un processo che ha visto 57 imputati e 284 udienze. Un caso complesso che ha coinvolto vertici e tecnici di Autostrade, Spea, il ministero dei Trasporti e il Provveditorato.
Le accuse vanno dall’omicidio colposo plurimo all’omissione di atti d’ufficio, con richieste di pena che arrivano fino a 18 anni e sei mesi di carcere. Un processo imponente non solo per il numero di imputati, ma anche per la mole di documentazione acquisita: oltre 12 terabyte di dati, 332 faldoni cartacei e 352 supporti informatici.
Le testimonianze e le parti civili
Durante il processo, sono stati sentiti 282 testimoni e quattro periti. 12 imputati sono stati esaminati, mentre 21 hanno rilasciato spontanee dichiarazioni. Le parti civili, inizialmente oltre 200, sono state ridotte a 168 dopo accordi extraprocessuali. Le società Aspi e Spea hanno patteggiato una pena di quasi 30 milioni di euro.
Le indagini e i filoni paralleli
Le indagini della Guardia di Finanza sono durate oltre tre anni, e l’udienza preliminare si è protratta per cinque mesi. Oltre al processo principale, sono stati avviati tre filoni di indagine: sui falsi report sui viadotti, sulle barriere fonoassorbenti pericolose e sui falsi report sulle gallerie. Questi filoni sono stati riuniti in un unico processo con 47 imputati.
Le voci delle vittime
Emmanuel Diaz, fratello di una delle vittime, ha seguito tutte le udienze. “Quando uscirò dall’aula, realizzerò che mio fratello è morto, con la sentenza lo seppellirò per sempre”, ha dichiarato. Egle Possetti, portavoce del Comitato parenti vittime del ponte Morandi, spera in condanne esemplari che stimolino la prevenzione.
Il mistero della costruzione
La costruzione del ponte Morandi, realizzata dalla Società Italiana Condotte d’Acqua tra il 1963 e il 1967, nasconde un errore di costruzione mai rivelato. Un difetto nell’iniezione di malta che proteggeva i cavi d’acciaio delle pile, scoperto solo dopo il crollo. Un errore che non attenua le responsabilità di chi aveva il compito di controllare il viadotto.
La sentenza del processo sarà letta giovedì 16 luglio 2026, chiudendo un capitolo doloroso per l’Italia e offrendo finalmente un barlume di giustizia alle vittime e alle loro famiglie.



