La morte di Beatrice a Bordighera ha riacceso un dibattito doloroso e complesso sul funzionamento delle reti di protezione sociale. Da più parti arriva lo sgomento per come la vicenda, che coinvolge la madre Emanuela Aiello, il compagno accusato Emanuel Iannuzzi e le tre figlie, non sia finita prima nel mirino dei servizi territoriali e delle forze dell’ordine.
Il caso solleva interrogativi su cosa non abbia funzionato nella catena di prevenzione e assistenza e propone la necessità di ripensare pratiche, formazione e comunicazione tra istituzioni e comunità locale. A intervenire è l’Ordine degli Assistenti Sociali, con la voce di Mirella Silvani, vice presidente nazionale, che incarna la posizione professionale e umana dell’organismo.
Il vuoto informativo e la responsabilità collettiva
L’elemento che emerge con forza è l’assenza di segnali che potessero indirizzare un intervento tempestivo: il sistema non ha funzionato, come sintetizza la denuncia pubblica. Secondo ricostruzioni, la famiglia viveva in isolamento e nessun parente o conoscente aveva formulato una segnalazione utile ad attivare i servizi di tutela.
Scuola, vicini e rete sociale: un controllo che non ha funzionato
Nonostante le due sorelline di Beatrice, di 9 e 7 anni, frequentassero la scuola dell’obbligo, non risultano segnalazioni che abbiano fatto emergere la gravità della situazione. La responsabilità è collettiva, afferma Silvani, perché quando i minori vivono un disagio questo spesso si manifesta attraverso comportamenti osservabili che richiedono competenza per essere interpretati correttamente.
La posizione legale e la presa in carico
Fonti vicine ai servizi comunali e l’avvocato Fabio Scaffidi Fonti, legale del padre di Beatrice, hanno precisato che la famiglia non era in carico per questioni legate al maltrattamento e alla violenza, e che le misure di protezione verso le due sorelline sono state attivate solo dopo la tragica scomparsa della bambina. Questa circostanza alimenta il dibattito su come rinforzare i canali di allerta e la collaborazione interistituzionale.
Il ruolo e la difesa degli assistenti sociali
Di fronte all’accusa di inattività, la rappresentanza degli assistenti sociali invita a evitare semplificazioni o ricerche di colpe immediate. «Non bisogna cercare il capro espiatorio», ricorda Silvani, sottolineando come sia necessario analizzare l’intero sistema di tutela, dalle istituzioni alla comunità locale.
Team multidisciplinari e procedure di valutazione
Gli assistenti sociali spiegano che la presa in carico non è mai una responsabilità individuale isolata: «Gli assistenti sociali lavorano sempre in équipe», spiega la vicepresidente dell’Ordine. Le azioni partono da una fase di valutazione che coinvolge figure diverse, dallo psicologo all’educatore, e, nei casi più gravi, il tribunale può essere chiamato a disporre misure di protezione più stringenti.
Fiducia, narrazioni e formazione
Per ripristinare relazioni efficaci con la cittadinanza, occorre lavorare su due fronti: da un lato diffondere conoscenza per intercettare i segnali di malessere, dall’altro rinforzare la fiducia verso chi opera nei servizi sociali. «Il compito degli assistenti sociali è quello di aiutare le famiglie», afferma Silvani, rimarcando che il lavoro professionale è rivolto all’accompagnamento e al sostegno, non alla distruzione dei legami familiari.
Cosa fare ora: tutela delle sorelline e sostegno locale
La priorità immediata è la protezione delle due sorelline, ora collocate in una struttura protetta e avviate a un percorso di recupero. Come sottolinea la presidente regionale, è necessario rispettare la loro sofferenza e garantire interventi professionali mirati e continuativi.
Messaggio istituzionale e vicinanza al territorio
Il Consiglio ligure dell’Ordine ha pubblicato un comunicato per esprimere sostegno agli operatori impegnati sul territorio e vicinanza alle persone coinvolte. Il messaggio ribadisce il riconoscimento del carico professionale e umano di chi lavora in prima linea e la necessità di un impegno corale per prevenire simili tragedie.
In sintesi, il caso di Bordighera evidenzia come la protezione dei minori richieda non solo procedure efficaci ma anche una comunità pronta a intervenire: senza il contributo di familiari, vicini, scuola e istituzioni, il rischio di isolamento aumenta. «Questa storia tremenda ci ha colpito profondamente», conclude la voce istituzionale, indicando la strada per una riflessione condivisa e per misure concrete di prevenzione, formazione e fiducia.