In poco più di una settimana la parte orientale di Genova è stata teatro di due aggressioni che hanno scosso il tessuto urbano e acceso l’attenzione della Procura di Genova. Gli episodi, avvenuti nelle notti tra il 15 e il 16 giugno e poi il 20 giugno coinvolgono gruppi numerosi con volti coperti e strumenti contundenti: ora gli inquirenti vogliono stabilire se si tratti di azioni collegate o di episodi separati.
Gli accertamenti sono condotti dalla Squadra Mobile e dalle forze dell’ordine, che stanno incrociando filmati, testimonianze e le identificazioni già effettuate. L’ipotesi investigativa principale è capire se dietro le aggressioni ci sia una vera e propria regia unica in grado di mobilitare persone e coordinare gli attacchi, o se si tratti di copie emulate da realtà diverse.
Il primo blitz a via Pianderlino: numeri e dinamica
La prima spedizione punitiva è avvenuta sulle alture di San Fruttuoso in via Pianderlino nella notte tra il 15 e il 16 giugno. Secondo le ricostruzioni investigative, il gruppo presente sul posto era molto ampio: oltre 40 persone, alcune delle quali minorili si sarebbero presentate con caschi e bastoni contro un piccolo gruppo di stranieri in attesa del bus. Le vittime erano in prevalenza 4-5 nordafricani che si trovavano nella zona; tutti sono riusciti a fuggire tranne uno, che è stato aggredito e riportato ferite giudicate guaribili in 21 giorni.
Contesto e alimentazione delle tensioni
Dalle indagini emerge che alla base della mobilitazione ci sarebbe l’insofferenza di una parte del quartiere verso la presenza di una struttura per giovani immigrati nelle vicinanze: alcuni episodi di microcriminalità, reali o diffusi sui social, avrebbero innescato un clima di sospetto. Gli investigatori hanno raccolto testimonianze e materiale dai social network, evidenziando che non tutte le informazioni circolate corrispondono a fatti verificati, ma hanno contribuito comunque a creare un circolo vizioso di tensione. Va sottolineato che la persona presa a pugni quella sera non era ospite della struttura contestata, ma si era semplicemente trovato in zona con alcuni coetanei che invece vi risiedono.
L’attacco a Quinto e i punti in comune
Il secondo episodio è avvenuto il 20 giugno sul molo di Quinto. Qui un gruppo di circa 20 persone, indossando caschi e passamontagna, avrebbe attaccato alcuni minori stranieri non accompagnati ospitati in una struttura della zona. La violenza si è manifestata con l’utilizzo di bastoni, il lancio di fumogeni e bottiglie e l’impiego di coltelli: una maxi-rissa che ha avuto modalità operative simili a quelle registrate a San Fruttuoso.
Connessioni e linee investigative
Le analogie tecniche tra i due episodi — uso di passamontagna, armi improprie e modalità di attacco — hanno spinto la magistratura a non escludere un collegamento diretto. La Procura di Genova ha disposto indagini distinte ma coordinate: sul caso di via Pianderlino opera la Squadra Mobile coordinata dal pubblico ministero Daniela Pischetola con la direzione di Carlo Bartelli e il vice Antonino Porcino l’inchiesta su Quinto è seguita dai Carabinieri sotto il coordinamento del pubblico ministero Fabrizio Givri.
Il nucleo centrale dell’attività d’indagine è l’identificazione dei partecipanti: le immagini riprese da telecamere e i riscontri testimoniali sono analizzati per attribuire ruoli e capire eventuali sovrapposizioni di soggetti tra i due episodi. Alcune persone già identificate avrebbero precedenti per violenze di strada e diverse sono di età inferiore ai diciott’anni. I primi iscritti nel registro degli indagati potrebbero già esserci, ma la magistratura mantiene riserbo sulle posizioni formali.
Prospettive investigative e elementi chiave
Le autorità non chiudono alcuna ipotesi: se dovessero emergere nomi comuni o contatti diretti tra partecipanti, l’ipotesi di una regia unica alla base delle azioni assumerebbe centralità nell’inchiesta. In alternativa, resta plausibile che l’episodio di Quinto sia nato anche come emulazione di quanto avvenuto a San Fruttuoso. Gli inquirenti continuano a incrociare dati, e il ruolo di testimoni oculari, filmati e riscontri tecnici sarà determinante per chiarire responsabilità e dinamiche.
Nel frattempo le forze dell’ordine — Polizia e Carabinieri — proseguono le operazioni di identificazione e i controlli sul territorio, mentre la ricostruzione completa degli eventi resta appesa all’esito delle analisi e agli accertamenti in corso.



